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venerdì 1 gennaio 2021

Pregare in Avvento

Venerdi 1 Gennaio 2021

[I pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo. (Lc 2,16-21)

Con un inno dell’VIII/IX secolo, quindi da più di mille anni, la Chiesa saluta Maria, la Madre di Dio, come “stella del mare”: Ave maris stella. La vita umana è un cammino. Verso quale meta? Come ne troviamo la strada? La vita è come un viaggio sul mare della storia, spesso oscuro ed in burrasca, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta. Le vere stelle della nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente. Esse sono luci di speranza. Certo, Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine: di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata. E quale persona potrebbe più di Maria essere per noi stella di speranza: lei che con il suo “sì” aprì a Dio stesso la porta del nostro mondo; lei che diventò la vivente Arca dell’Alleanza, in cui Dio si fece carne, divenne uno di noi, piantò la sua tenda in mezzo a noi? Benedetto XVI


 

venerdì 4 dicembre 2020

Pregare in Avvento

 Venerdi 4 Dicembre

 Mentre Gesù si allontanava di là, due ciechi lo seguirono gridando: “Figlio di Davide, abbi pietà di noi!”. Entrato in casa, i ciechi gli si avvicinarono e Gesù disse loro: “Credete che io possa fare questo?”. Gli risposero: “Sì, o Signore!”. Allora toccò loro gli occhi e disse: “Avvenga per voi secondo la vostra fede”. E si aprirono loro gli occhi. Quindi Gesù li ammonì dicendo: “Badate che nessuno lo sappia!”. Ma essi, appena usciti, ne diffusero la notizia in tutta quella regione.  (Mt 9,27-31)

Se senti vacillare la fede per la violenza della tempesta, calmati: Dio ti guarda. Se ogni ora che passa cade nel nulla senza più ritornare, calmati: Dio rimane. Se il tuo cuore è agitato e in preda a tristezza, calmati: Dio perdona. Se la morte ti spaventa e temi il mistero e la notte, calmati: Dio risveglia. Lui ci ascolta quando nulla ci risponde, è con noi quando ci crediamo soli. Ci ama, anche quando sembra che ci abbandoni.  Sant’Agostino

 


venerdì 28 agosto 2020

IL Signore ha Bisbigliato....

Il Signore ha bisbigliato una parola all'orecchio di un fiore 

E questo si è aperto in tanti petali colorati. 
Il Signore ha bisbigliato una parola ad una pietra, … e questa ha assunto i colori iridescenti e le sfumature del diamante. 
Il Signore ha bisbigliato una parola al ruscello,…. ed esso è sgorgato con la freschezza di una sorgente d’acqua viva e perenne. 
Il Signore, alla fine, si è chinato all'orecchio dell’uomo….. e gli ha sussurrato dolcemente una sola parola: Amore 
Gilal Ed-Did Rumi, monaco sufita del XII secolo



martedì 25 agosto 2020

La Saggezza

La saggezza è la capacità di guardarci attorno, ma soprattutto di saper filtrare ed elaborare dentro di noi gli eventi che possono aiutarci a restare al passo con i tempi e con le persone....

….Un giorno il discepolo chiese al maestro una parabola di saggezza; il maestro gli disse: “Va’ a sederti nella tua cella e la tua cella ti insegnerà la saggezza”. A quel punto il discepolo, quasi con un cenno di stizza, rispose: “Ma io non ho una cella, perché non sono un monaco”. Ma il Maestro dolcemente riprese: “Ma sì che hai una cella: guarda dentro di te e capirai”……. 
                                                                                                             A.De Mello

lunedì 24 agosto 2020

Gli Amici

Esistono persone che ci rendono felici per il solo fatto di averle incontrate sul cammino della nostra vita. Alcune percorrono il cammino al nostro fianco per molti anni, altre, invece, appena le intravediamo tra un passo e un altro. Le consideriamo tutte nostri amici anche se ce ne sono di tanti tipi. 

Ogni foglia dell’albero caratterizza uno dei nostri amici. Le prime foglie che nascono dai rami sono i nostri amici papà e mamma che ci insegnano che cos’è la vita. 
Quindi vengono i nostri amici fratelli con i quali condividiamo il nostro spazio perché possano fiorire come noi. 
Vi è quindi tutto quell’insieme di foglie che appartengono alla cerchia dei nostri parenti e per le quali desideriamo ogni bene. Il destino ci offre inoltre altri amici che non sapevamo che avremmo incontrato sul nostro cammino. 
Molti di essi li chiamiamo amici del cuore, amici dell’anima. Sono sinceri, veraci. Sanno quando non stiamo bene, sanno ciò che ci rende felici. 
A volte uno di questi amici del cuore si installa nella nostra vita e diventa il nostro innamorato. Fa brillare i nostri occhi, rende musicali le nostre labbra, fa sobbalzare di gioia i nostri piedi.  Vi sono anche amici che durano durante l’arco di una vacanza o di poche ore. Anch’essi però fanno sbocciare il sorriso sul nostro volto per tutto il tempo che ci stanno accanto.  Non possiamo neppure dimenticare gli amici che sono lontani, quelli che stanno in punta ad un ramo e che fanno capolino tra una foglia e l’altra solo quando il vento soffia. Il tempo passa, l’estate se ne va, l’autunno si avvicina e alcune delle nostre foglie se ne vanno, mentre altre nasceranno all’arrivo della nuova primavera. 
Ciò che ci rende più felici è che anche le foglie cadute ci restano vicine, dando alimento alle nostre radici: ci rallegrano con il ricordo dei momenti felici che trascorremmo insieme quando le incontrammo sul nostro cammino. 
Ciò che ci rende più felici è che anche le foglie cadute ci restano vicine, dando alimento alle nostre radici: ci rallegrano con il ricordo dei momenti felici che trascorremmo insieme quando le incontrammo sul nostro cammino. 
A te, foglia del mio albero, auguro pace, amore, fortuna e felicità, oggi e sempre. Poiché ogni persona che incontriamo nella nostra vita è unica. 
Ogni persona ci lascia sempre qualcosa di sé e si prende qualcosa di noi. Ve ne saranno di quelle che si prenderanno molto, ma non ci sarà nessuna che non ci lascerà niente. 
E’ questo un nostro compito e un segno che le nostre anime non si incontrano mai per caso. 
Che il Signore ti conceda di riempire il tuo albero di foglie amorose


venerdì 21 agosto 2020

IL decalogo della Tenerezza

Se esistesse un Decalogo della Tenerezza, potrebbe essere più o meno cosi:

1. Poiché la tenerezza è possibile, non c’è nessuna ragione per stare senza

2. Parlatevi un po’ ogni giorno

3. Crescete insieme, continuamente

4. Stimati. Gli unici che apprezzano uno zerbino sono quelli che hanno le scarpe sporche

5. Sii compassionevole

6. Sii gentile. L’Amore non ammette le cattive maniere

7. Scopri il lato buono e bello delle persone, anche quando fanno di tutto per nasconderlo.

8. Non temere i dissapori e i litigi: solo i morti e gli indifferenti non litigano mai

9. Non farti coinvolgere dalle piccole irritazioni e meschinità quotidiane

10. Continua a ridere. Tiene in esercizio il cuore e protegge da disturbi cardiaci

 

                                                                                                      (da Solo il Vento lo sa, Bruno  Ferrero)



mercoledì 19 agosto 2020

La Lezione della Farfalla

Un giorno un uomo trovò un bozzolo, dal quale s'intravedeva un piccolo foro. Si sedette ed osservò per diverse ore la farfalla mentre lottava per spingere il suo corpo attraverso quel piccolo buco.

Ad un tratto sembrava che avesse smesso di fare progressi. Sembrava che la farfalla avesse fatto tutto ciò che poteva e che non avesse la possibilità di proseguire. Così l'uomo decise di aiutarla prendendo un paio di forbici e tagliando la parte rimasta del bozzolo.

La farfalla uscì facilmente, ma aveva un corpo piccolo e gonfio e delle ali avvizzite. L'uomo continuava ad osservarla, perché credeva che, da un momento all'altro, le ali si fossero spiegate e sarebbero state in grado di sostenere il corpo, il quale, col tempo, si sarebbe contratto. Non accadde nulla!

Infatti, la farfalla passò il resto della sua vita trascinandosi per terra con un corpo gonfio e delle ali avvizzite. Non fu mai capace di volare.

Ciò che quell'uomo nella sua gentilezza e nella sua fretta non capiva, era che quel bozzolo ristretto e lo sforzo necessario alla farfalla per passare attraverso quel minuscolo buco, erano i modi con cui il suo Creatore trasmetteva il fluido dal corpo della farfalla alle sue ali, affinché essa potesse essere pronta per volare una volta raggiunta la sua libertà dal bozzolo.(Anonimo)

Talvolta, gli sforzi sono esattamente ciò di cui abbiamo bisogno nella nostra vita. Se il nostro Creatore ci permettesse di condurre un'esistenza priva di ostacoli, ci limiterebbe. Noi non saremmo così forti come dovremmo, se le nostre capacità fossero testate senza ostacoli. Non potremmo mai volare, né crescere.


  

martedì 7 luglio 2020

San Camillo De Lellis



San Camillo de Lellis vissuto fra il 1550 e il 1614, canonizzato da Papa Benedetto XIV nel 1746, fondatore dell’ordine dei Ministri degli Infermi (i Camilliani), ispiratore di altre Congregazioni religiose, d’Istituiti di vita consacrata, di associazioni di laici che costituiscono, con l’Ordine, una unica “Famiglia Camilliana”, patrono dei malati e degli operatori della sanità.
Quando arriva a Roma poco più che ventenne, Camillo è un povero sbandato: soldato di ventura, giocatore d’azzardo, malato e infelice. Le scelte esistenziali compiute fino a quel momento rivelano come di fatto Camillo concepisse la sua vita come un’avventura senza regole e senza un reale riferimento a Dio e alla sua volontà. Nel febbraio 1575 – anno santo indetto da Papa Gregorio XIII - Camillo incontra a San Giovanni Rotondo un cappuccino e gli apre il proprio cuore confidandogli i suoi travagli esistenziali. Padre Angelo – questo il nome del Cappuccino -, dopo aver raccolto lo sfogo di Camillo, gli dice: “Pensa che quello che conta veramente è solo Dio, tutto il resto al confronto è nulla. Preoccupati di cercarlo, di pregarlo, di goderlo, di piacere a lui.” Questa parole fecero breccia nella mente e nel cuore del giovane e costituirono l’avvio della sua conversione che lo portò a decidere di spendere il resto della sua esistenza al servizio degli “ultimi”.
Dopo l’incontro illuminante con il cappuccino Padre Angelo, Camillo capisce che il Signore lo chiama ad una scelta di vita di totale consacrazione. E tuttavia non ha ancora ben chiaro quale determinazione concreta dare a tale scelta di vita. All’ospedale san Giacomo di Roma, dove egli viene ricoverato per curare una misteriosa piaga, Camillo riflette e riconosce in quella piaga un disegno di Dio e afferma: “Giacché Dio non mi vuole cappuccino, è segno che mi vuole qui che mi vuole qui a servire i suoi poveri infermi”. Con l’aiuto di san Filippo Neri, nel frattempo divenuto suo padre spirituale, Camillo capisce che la vocazione a cui Dio lo chiama è quella di stare in ospedale accanto ai malati. Egli diviene così, sull’esempio di Gesù, un buon Samaritano tra le corsie degli ospedali, tutto proteso ad assistere gli infermi nelle loro sofferenze spirituali e fisiche. Come Gesù che nella sua vita avvicinava i malati, gli storpi, i sordi e i ciechi per guarirli e benedirli, così Camillo tentò di offrire loro il sostegno medico possibile a quell’epoca e soprattutto di comunicare loro sempre il conforto e l’amore che vengono dalla fede in Cristo. La dedizione per i malati, con il desiderio di aiutarli a guarire utilizzando le risorse della scienza e l’impegno umano ispirato dall’amore (“Quando vi dedicate ai malati, mettete più cuore in quelle mani”), è l’eredità che s. Camillo ci ha lasciato e che oggi è portata avanti ad esempio da tutte quelle persone, uomini e donne, che compongono la grande “famiglia camilliana”. Ma si tratta di un’eredità che interpella e invita all’impegno tutti quanti si professano cristiani, indipendentemente dalla loro vocazione specifica.



venerdì 1 maggio 2020

Prendi un Sorriso




Prendi un Sorriso,
regalalo a chi non l'ha mai ricevuto.
Prendi un Raggio di sole,
fallo volare là dove regna la notte.
Scopri una Sorgente,
fa bagnare chi vive nel fango.
Prendi una Lacrima,
posala sul volto di chi non ha pianto.
Prendi il Coraggio,
mettilo nell'animo di chi non sa lottare.
Scopri la Vita,
raccontala a chi non sa capirla.
Prendi la Speranza,
e vivi nella sua luce.
Prendi la Bontà,
e donala a chi non sa donare.
Scopri l'AMORE,
e fallo conoscere al mondo.
(M. Gandhi)



mercoledì 29 aprile 2020

Il Silenzio


In un mondo dove tutto fa notizia, dove ogni cosa viene usata per fare "rumore", per attirare attenzione, ci si dimentica di una cosa molto importante: del SILENZIO, del suo "potere parlante". Si perchè anche il silenzio parla, e spesso mettersi in ascolto della voce del silenzio fa "paura" per diversi motivi, personali o dovuti a esperienze di vita.
Non dobbiamo aver paura del Silenzio, ma impariamo ad ascoltarlo...impariamo a fare silenzio..impariamo a parlare nel silenzio.....conosceremo noi stessi.

Un uomo si recò da un monaco di clausura. Gli chiese:"Che cosa impari mai dalla tua vita di silenzio?" Il monaco stava attingendo acqua da un pozzo e disse al suo visitatore: "Guarda giù nel pozzo! Che cosa vedi?"
L'uomo guardò nel pozzo, "Non vedo niente". Dopo un po' di tempo, in cui rimase perfettamente immobile, il monaco disse al visitatore:"Guarda ancora! Che cosa vedi nel pozzo?"
L'uomo ubbidì e rispose:"Ora vedo me stesso: mi specchio nell'acqua".
Il monaco disse:"Vedi, quando io immergo il secchio, l'acqua è agitata. Ora invece l'acqua è tranquilla. E' questa l'esperienza del silenzio: l'uomo vede se stesso!"
(Bruno Ferrero, Il Canto del grillo, Elle Di Ci)



martedì 28 aprile 2020

Le Due Anfore


Ogni giorno un contadino portava l'acqua dalla sorgente al villaggio in due grosse anfore che legava  sulla groppa dell'asino, che gli trotterellava accanto. Una delle anfore, vecchia e piena di fessure,  durante il viaggio perdeva acqua. L'altra, nuova e perfetta, conservava tutto il contenuto senza  perderne neppure una goccia. 
L'anfora vecchia e screpolata si sentiva umiliata e inutile, tanto più che l'anfora nuova non perdeva  occasione per farle notare la sua imperfezione.  "Non perdo neanche una stilla d'acqua, io!"  Un mattino, la vecchia anfora si confidò con il padrone: "Lo sai, sono cosciente dei miei limiti.  Sprechi tempo, fatica e soldi per colpa mia. Quando arriviamo al villaggio io sono mezza vuota.  Perdona la mia debolezza e le mie ferite". 
Il giorno dopo, durante il viaggio, il padrone si rivolse all'anfora screpolata e le disse:  "Guarda il bordo della strada".  "Ma è bellissimo! Tutto pieno di fiori!", rispose l'anfora.  "Hai visto? E tutto questo solo grazie a te", disse il padrone.  "Sei tu che ogni giorno innaffi il bordo della strada. Io ho comperato un pacchetto di semi di fiori e  li ho seminati lungo la strada, e senza saperlo né volerlo, tu li innaffi ogni giorno".  La vecchia anfora non lo disse mai a nessuno, ma quel giorno si sentì morire di gioia.

Siamo tutti pieni di ferite e screpolature, cha hanno segnato la nostra vita e....... rimarranno con noi. Magari ci fanno star male perchè ci fanno vedere e prendere coscienza della nostra fragilità di persone umane; non dobbiamo farci prendere dalla tristezza della nostra "imperfezione"..........questa storia ci insegna che se lo vogliamo, possiamo fare meraviglie con le nostre  imperfezioni..... basta accettare quello che siamo


lunedì 16 marzo 2020

Le Due Sorgenti


Ci sono due atteggiamenti che caratterizzano la vita di ognuno di noi, che possiamo chiamare con il nome di egoismo e generosità, tenere per sè oppure donare. Nelle nostre azioni nel nostro modo di relazionarci con gli altri e con noi stessi....sono sempre presenti. Le conseguenze di questi due atteggiamenti sono opposte....da una parte "morte" e dall'altra "vita"......una ci chiude in noi stessi e l'altra ci apre al dono... Questa storia delle due Sorgenti ci può essere di aiuto per una nostra riflessione. 

La montagna si eleva verso il sole. Ma la montagna pesa. E' fatta di sassi. In qualche recesso delle sue viscere nacquero un giorno due piccole sorgenti d'acqua limpida, che cercavano di uscire all'aperto. Ma la montagna non cedeva: le opprimeva, le soffocava.  Dopo un bel po' di tempo le sorgenti, facendosi largo a poco a poco, riuscirono a venire alla luce ai piedi della montagna.  Com'erano stanche! Ma non c'era tempo per riposarsi.
Erano appena scaturite dalla terra quando sentirono delle grida provenienti dal muschio, dall'erba, dai fiorellini, dalle rose alpine: "Dateci da bere! Dateci da bere!"
"Fossi matta!", disse la prima sorgente. "Ho faticato tanto senza sosta laggiù, sottoterra, mentre voi, pigri, ve ne stavate al sole. Non vi darò proprio niente!"
"Non ci darai niente?", disse il muschio piccato. "E allora noi non ti lasceremo passare."
"Ti sbarreremo la strada con le nostre numerose radici", dichiarò l'erba.
"Ti copriremo così nessuno ti troverà", minacciarono i cespugli di rose alpine e di rovi.
La seconda sorgente fu condiscendente: "Bevi, sorella erba, però fatti da parte perché io possa proseguire il mio cammino!" Bevvero un poco anche i cespugli ma si tennero fuori dalla corrente e così il muschio e la rosa alpina.
La sorgente correva. Dava da bere a tutte le piante e tutte le cedevano il passo.(...) La sua acqua era fresca e limpida come cristallo. (Lei stessa non sapeva come. Le piante l'amavano e lasciavano che altre sorgenti si unissero a lei.(...) Alla fine arrivò al mare. Quando giunse alla foce, l'azzurro padre Oceano la prese fra le braccia e la baciò sulla fronte. "E dov'è tua sorella sorgente?le chiese."
"Ah, Padre! Purtroppo è diventata paludosa, marcia e puzzolente."
"Così è la vita, figliola mia", disse padre Oceano.
"Tua sorella non voleva dare agli altri ciò che ha ricevuto. Vedi? Anch'io oggi ti ricevo in restituzione del vapore che da me è salito verso la montagna.
La vita è dare. Tenere per sé è la morte."
                                                                             (Tomás Spidlík, Il professor Ulipispirus e altre storie)









lunedì 26 agosto 2019

La Preziosità della Vita


C'era una volta un uomo che viveva in una grande metropoli. Ogni sera si recava allo stesso ristorante e si sedeva al medesimo tavolo. Si sentiva molto solo. Ma un giorno vide sul suo tavolo una bellissima rosa, e fu pervaso da una sensazione di gioia. E ogni giorno tornava, e durante il pasto rimirava quella rosa. A volte era triste, altre felice, altre ancora indifferente o irritato. Ma benché il suo stato d'animo mutasse e il tempo passasse, notò che la rosa era sempre la stessa. Com'era possibile? Non se ne capacitava.
Poi, con tanto riguardo, la toccò - non aveva mai osato farlo, prima - . Ma sentendo quant'erano rigidi i margini delle foglie, si rese conto che la rosa non era viva: era finta. Allora, infuriato, la strappò da quel vaso senz'acqua e la fece a pezzi. Poi pianse e si sentì più solo che mai.
Noi non siamo fatti per amare cose immortali. Solo ciò che è insostituibile, unico e mortale può toccare la nostra sensibilità umana più profonda ed esser fonte di speranza e consolazione. Dio divenne amabile solo quando divenne mortale. Egli divenne il nostro Salvatore perché la sua mortalità non fu fatale ma fu l'accesso alla speranza.
Abbiamo visto molti andarsene. Migliaia se ne vanno ogni giorno: grandi personaggi, cari amici e innumerevoli altri, sconosciuti ma parte delle nostre vite. Noi li abbiamo amati proprio perché erano insostituibili, perché erano mortali. Forse, alla luce del commiato di Cristo possiamo iniziare a capire che anche quei giorni possono essere giorni di speranza, che aprono la strada allo Spirito, perché venga, apra le porte sprangate delle nostre paure e ci conduca alla piena libertà e verità. E alla gratitudine. Il protagonista e narratore del romanzo Il mio nome è Asher Lev scopre qualcosa di simile. Sin da piccolo aveva amato disegnare e dipingere.
E disegnai anche il modo in cui mio padre una volta aveva guardato un uccellino che giaceva su un fianco contro il cordolo del marciapiede, vicino a casa nostra. Era Shabbos (la festività ebraica del Sabato) stavamo tornando dalla sinagoga.
- «E' morto, papà?», avevo sei anni, e mi mancava il coraggio di guardarlo.
- «Sì», lo sentii dire triste e assorto.
- «Perché è morto?»
- «Tutto ciò che vive deve morire».
- «Tutto?».
- «Sì».
- «Anche tu, papà? E la mamma?»
- «Sì».
- «E io?».
- «Sì, disse. E poi soggiunse [...]: «Ma possa essere solo al termine di una vita lunga e piena, Asher caro».
Non riuscivo a farmene una ragione. Mi imposi di guardare l'uccellino. Dunque, tutto ciò che vive un giorno sarebbe stato immobile come quella bestiola?
- «Perché?» domandai.
- «E' così che il Ribbono Shel Olom (Signore dell'Universo) ha creato il Suo mondo, Asher».
- «Perché?».
- «Così la vita sarebbe stata preziosa, Asher. Qualcosa che è tuo per sempre non è mai prezioso».
(da "Muta il mio Dolore in Danza" di Henri Nouwen - Edizioni S. Paolo)